در 17 حوت 1395 شش تن از اعضای سازمان ایتالیایی که در حمایت از زنان افغان کار می کنند بنام «CISDA» به افغانستان سفر نمودند. «انجمن اجتماعی دادخواهان افغان» و تعدادی از خانواده های قربانیان با این گروپ دیدار نمودند. اعضای «چیزدا» با ویدا احمد رییس «انجمن اجتماعی دادخواهان افغان» و بازماندگان قربانیان جنگ مصاحبه انجام دادند و آنرا در سایت «CISDA» و سازمان ایتالیایی دیگر «COSPE» به نشر رسانیدند. این مصاحبه که به زبان ایتالیایی می باشد اینجا نشر می شود:

INCONTRO CON SAAJS (SOCIAL ASSOCIATION OF AFGHAN JUSTICE SEEKERS) DELLA DELEGAZIONE DI CISDA

La delegazione del Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA) che si è recata a Kabul dal 1 al 9 marzo ha incontrato le Associazioni con cui lavora in Afghanistan fra cui SAAJS (Social Association of Afghan Justice Seekers) di seguito riportiamo le interviste a WEEDA AHMAD, responsabile del SAAJ e di tre testimoni.

WEEDA AHMAD, responsabile del SAAJS (Social Association of Afghan Justice Seekers)

La sua storia. Weeda è nata 34 anni fa a Kabul ma è originaria di Parwan, una provincia a nord della capitale. La storia della sua famiglia non fa eccezione, in un paese nel quale ciascuno è stato vittima di qualche vicenda dolorosa.

Durante l’invasione sovietica iniziata nel 1979 suo padre finì in prigione, come molti oppositori; tra il 1992 e il 1996, caduto il regime filosovietico che seguì alla fine dell’invasione URSS, ebbe luogo una cruentissima guerra civile tra fazioni contrapposte di jihadisti che si contendevano il potere. In quegli anni Weeda e la sua famiglia ripararono nei campi profughi del Pakistan, dove lei riuscì a studiare fino alla nona classe. La famiglia di Weeda rientrò in Afghanistan prima della caduta dei talebani e lei, nonostante quello fosse un suo obiettivo primario, non potè continuare gli studi a causa dei divieti imposti dal regime. Nel frattempo sua madre si ammalò gravemente, lei fu costretta lavorare per contribuire al sostentamento della sua famiglia e si mise a insegnare nei corsi di alfabetizzazione per donne. Ora è laureata in filosofia. Alla caduta dei talebani Weeda, contrariamente a quanto sperava, dovette constatare che il potere era stato rimesso nelle mani degli stessi criminali di guerra che avevano devastato il paese negli anni della guerra civile e sentì che era stata commessa una grossa ingiustizia.

Human Rights Watch. Nel 2005 Human Rights Watch pubblicò una lista con i nomi dei criminali di guerra afghani; tra questi figuravano Sayyaf, Mullah Omar, Rabbani, Fahim.

Sayyaf rilasciò un’intervista in cui ammetteva i suoi crimini, ma si giustificava dicendo che Kabul era stata costruita da infedeli e per questo andava distrutta e ricostruita con criteri affini all’islam. Come lui, anche gli altri signori della guerra usarono la religione per coprire i loro crimini.

Negli anni successivi vennero alla luce cinque fosse comuni tra Kabul, Mazar e Badakhshan; erano i corpi delle vittime di massacri commessi dai signori della guerra, dal regime filosovietico dei Khalk e Parcham, dai talebani; ciascuno di questi gruppi scaricava sugli altri le proprie responsabilità.

Weeda fonda il SAAJS. La scoperta delle fosse comuni fu per Weeda la motivazione per iniziare la sua lotta; voleva che quei crimini venissero investigati e i responsabili condannati da un tribunale. Così iniziò a parlarne con i sui compagni università cercando di convincerli a non rimanere indifferenti.

Weeda voleva che i signori della guerra al potere capissero che anche le persone comuni, i democratici afghani, avevano potere, volevano avere un ruolo nella società e chiedevano giustizia per i crimini avvenuti in Afghanistan in quasi quartant’anni di guerra.

Nel 2007, per la prima volta nella storia del paese, Weeda riuscì a organizzare una protesta con le famiglie delle vittime; erano una ventina di famiglie, scese in piazza per chiedere giustizia. Così, insieme alle persone che aveva radunato intorno a sé, Weeda pensò che era tempo di fondare un’associazione. Nacque così il SAAJS (Social Association of Afghan Justice Seekers); all’inizio erano soli ma poi, piano piano, ebbero il sostegno da parte di alcune organizzazioni della società civile afghana con le quali strinsero delle alleanze. Dall’estero hanno avuto il sostegno del CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) e di organizzazioni della società civile in Germania.

Sono stati fatti dei passi avanti? Tra il 2008 e il 2013 le politiche dei gruppi che chiedevano giustizia transizionale erano definite dai donatori, cioè i governi occidentali e la Commissione Europea. Nel 2011 questi gruppi riuscirono a organizzare una Jirga delle vittime, che uscì con un documento in cui si chiedeva giustizia, senza la quale non sarebbe stato possibile avviare un vero percorso di pace nel paese. Il governo afghano, per mettere a tacere le richieste, dichiarò che avrebbe affrontato il tema, ma in questi anni non si è visto nulla; oggi, la parola gustizia è uscita dall’agenda e si parla invece di trattative di pace con i talebani e con Gulbuddin Hekhmatyar, il più sanguinario dei criminali di guerra afghani, che tutti temono e che è recentemente stato sdoganato anche dalla comunità internazionale. In Afghanistan tutti sanno che se si facesse un vero percorso di giustizia transizionale alla fine si dovrebbero tenere dei processi; e i responsabili dei crimini vogliono evitarli.

Nel frattempo il gruppo di associazioni del Transitional Justice Group che organizzò la Jirga delle vittime si è ridotto; UNAMA ha chiuso gli uffici che per diversi anni si sono occupati della giustizia transizionale e la Commissione Europea non ha più progetti. Anche ICTJ, un’organizzazione internazionale per la giustizia tranzionale che lavorava in Afghanistan, ha lasciato il paese.

Che cosa sta facendo SAAJS. Weeda e i suoi collaboratori del SAAJS negli anni scorsi hanno raccolto molte decine di testimonianze e continuano a farlo, sperando di poterle utilizzare in un tribunale. Sono loro a custodire le testimonianze che raccolgono; pubblicano alcune storie nel loro sito, le altre attendono un tribunale. Inoltre cercano di contattare il maggior numero possibile di famiglie delle vittime per poter mettere in archivio altri documenti. Infine organizzano proteste e mostre di foto in strada, per far sentire la loro presenza e far capire che le vittime continuano a volere giustizia.

Il presidente Ghani cerca di ostacolarli negando loro il permesso per alcune attività; per esempio, volevano portare dei fiori nel luogo in cui è stata trovata la fossa comune di Afshar ma il governo ha vietato assembramenti di più di tre persone.

Invece il 10 dicembre 2016 (giornata internazionale dei diritti umani) hanno ottenuto un permesso per erigere un monumento alle famiglie delle vittime.

Che cosa significa per Weeda essere un’attivista e che rischi corre. “Quando uno crede nella giustizia e vuole lavorare per la gente nulla lo fermerà” ci dice.

Crede fermamente in ciò che fa nonostante abbia avuto molte minacce da parte dei fondamentalisti, sia a Kabul, sia nelle provincie in cui è andata. Ciò che ha suscitato più ira sono le mostre di fotografie esposte nelle strade di Kabul. “A me queste minacce non interessano”, insiste “continuerò a lavorare per la giustizia. In Afghanistan se stai zitto muori e se lavori per la gente muori… io preferisco lavorare per un futuro migliore. Certo, come essere umano a volte ho paura, ma devo scegliere se stare zitta o parlare. Io voglio parlare.”

Per rischiare un po’ meno, quando va nelle provincie ha delle guardie del corpo e si copre a seconda del luogo in cui va. In Afghanistan, in alcuni luoghi, per farsi accettare una donna deve coprirsi dalla testa ai piedi..

TESTIMONIANZE

ZUBAIDA

Il SAAJS è in contatto con la famiglia di Zubaida da 3 mesi; hanno un loro rappresentante nella zona in cui Zubaida vive ed è lui che li mette in contatto con le vittime che vogliono raccontare la loro storia.

Zubaida è una donna anziana che si presenta con sua nuora;nuora zubaida all’epoca dei fatti vivevano a Kabul. Racconta che durante la guerra civile tra il 1992 e il 1996 (anni in cui il presidente era Rabbani, che lei ritiene responsabile dei crimini che ha subito), suo fratello venne gravemente ferito da un razzo che colpì la sua casa. A causa dello shock suo fratello, oltre alle gravi ferite, ebbe dei seri problemi mentali e purtroppo poco tempo dopo morì.

Lo stesso razzo colpì anche suo figlio che ha ancora delle schegge del proiettile conficcate nel corpo e a causa delle ferite non riesce più a camminare bene. Anche lui ha avuto dei problemi mentali e non si è mai ripreso, nonostante siano passati oltre 20 anni. Sempre nello stesso incidente un altro suo figlio rimase ferito e altri membri della famiglia morirono.

Non crede che quel razzo sia stato sparato di proposito per sterminare la sua famiglia; in quel periodo i civili venivano spesso presi di mira e molte altre famiglie hanno subito la sua sorte. Per esempio, non lontano da dove abitava dei bambini che giocavano a palla in un cortile vennero tutti uccisi da un razzo simile a quello che colpì la sua casa.

Suo fratello aveva cinque bambini che ora sono adulti senza futuro; tra loro c’era una bambina e anche lei ha avuto dei problemi mentali. Nessuno, né allora né oggi, ha aiutato la sua famiglia né finanziariamente né ad avere giustizia e ancora oggi quasi nessun membro della famiglia riesce a portare a casa uno stipendio.

Dopo l’incidente i superstiti della famiglia di Zubaida scapparono a Bamyan, ma al loro ritorno non avevano più nulla. La zona nella quale avevano vissuto era stata completamente minata e vennero sconsigliati di andare anche soltanto a vedere.

Zubaida non crede che le istituzioni possano aiutare la sua famiglia ad avere giustizia perché pensa siano tutti responsabili; cita i nomi di Massoud, Dostum, Rabbani

“Questi criminali sono ancora al potere, come potrebbero fare giustizia?”, dice. “Mentre loro sono diventati sempre più ricchi e potenti noi abbiamo perso tutto. La nostra unica speranza è il SAAJS perché ci sono persone che ci capiscono, che hanno raccolto molte famiglie di vittime come la nostra e lavorano per cambiare la situazione.”

Zubaida vorrebbe che la sua famiglia venisse risarcita per quello che ha subito: “Noi siamo civili e vittime, non abbiamo nessun potere. A causa di questi criminali la mia famiglia ha perso tutto, alcuni sono morti e chi è rimasto ha problemi mentali. Ci devono ricompensare, ci devono dare dei soldi, una casa.”

Le chiediamo qual è il messaggio che vorrebbe far arrivare alla comunità internazionale: “Mettete pressione sul governo afghano e obbligatelo a risarcire alle vittime: vogliamo avere un futuro migliore”, ci risponde.

NAWAB

È originario di Logar e nel 1979 lui e la famiglia si sono trasferiti a a Kabul. Il padre faceva il meccanico e avevano una vita normale, come tanti afghani.

Poi arrivò la guerra civile (1992-1996), i signori della guerra fondamentalisti che volevano spartirsi il potere iniziarono a sparare anche sui civili; suo padre fu coinvolto in uno scontro a fuoco e perse la vita nella sua officina. Non poterono nemmeno recuperare il cadavere e seppellirlo perché per strada c’erano violentissimi combattimenti. Dopo molti giorni, quando la sua e altre famiglie poterono andare a recuperare i loro morti per strada, il corpo era talmente decomposto che non furono nemmeno in grado di riconoscerlo.

Durante lo stesso scontro a fuoco in cui morì suo padre, lui rimase ferito a una mano, che è rimasta irrimediabilmente deformata, e suo fratello, a causa dello shock, iniziò ad avere problemi psichici; recentemente, in un raptus, suo fratello ha ucciso una persona ed è finito in prigione.

Nawab è rimasto l’unico della sua famiglia in grado di lavorare e deve provvedere anche al mantenimento dei quattro bambini di suo fratello.

Ma per lui le sfortune non sono finite qui: sua sorella, che si era sposata e aveva otto bambini, perse il marito. Alcuni mesi fa si era risposata con un uomo che però voleva toglierle i soldi che le aveva lasciato il primo marito e che lei aveva intenzione di usare per il mantenimento e la scuola dei suoi figli. E così, tre mesi fa, quest’uomo l’ha trascinata al bazar, l’ha cosparsa di benzina e le ha dato fuoco. Lei ha fatto appena in tempo a dire che era stata aggredita dal suo secondo marito ed è morta.

La storia è andata su tutti i media e l’uomo, inizialmente scappato a Jalalabad, è stato catturato e condannato nel primo grado di giudizio. Nel secondo grado di giudizio lo hanno invece assolto, solo perché lavora con il governo.

Ora il povero Nawab, che è sposato con una donna malata di leucemia che ha bisogno di continue cure, ha a suo carico anche i figli di sua sorella e non sa a chi chiedere giustizia; sa solo che il governo corrotto in carica non farà nulla per risarcirlo.

Fa il muratore, e deve accettare tutti i lavori, anche i più duri, pur di portare a casa qualche soldo. Ora, con le rigide temperature dell’inverno, tutti i lavori di edilizia sono stati sospesi, e lui non sta lavorando da 3 mesi.

“Gli unici che possono darmi una mano ad avere giustizia sono gli amici del SAAJS. Speriamo che riescano a fare qualcosa perché il nostro governo corrotto non farà nulla; non sono nemmeno in grado di badare alla loro sicurezza, figuriamoci se possono occuparsi di noi”, ci dice.

Vorrebbe che la comunità internazionale si mettesse dalla parte delle vittime nel chiedere giustizia per i crimini subiti, vorrebbe che il Pakistan e l’Iran, che hanno causato molti problemi, venissero isolati, inseriti nella lista dei paesi terroristi e costretti a smettere di interferire nelle questioni che riguardano l’Afghanistan.

“Per finire”, ci dice, “ora abbiamo quasi un attentato dopo l’altro e in uno di questi un altro mio fratello è rimasto ferito ed è traumatizzato. Nessuno ha pagato le sue cure, il governo non aiuta le famiglie che perdono tutto in questi attentati”.

Ora Nawab, che ha dovuto anche chiedere un prestito per le cure del fratello, spera che il SAAJS aiuti lui e la sua famiglia e ci ringrazia per avergli dato l’opportunità di raccontarci la sua storia.

SASATULLAH SULTANI

Originario di Kabul, viveva a Shah Shaheed, un quartiere vicino al Ministero della Difesa abitato soprattutto da persone originarie della capitale.

Il 5 agosto 2015, intorno all’una di notte, mentre tutti dormivano, un missile ha colpito e distrutto completamente la palazzina in cui viveva con la famiglia uccidendo 30 persone, tra cui due dei suoi fratelli.

Al momento dell’esplosione tutta la famiglia era a casa; lui era in una stanza con i suoi fratelli e degli ospiti. Tutte le finestre si sono infrante e uno dei suoi fratelli è morto all’istante con la gola tagliata da un vetro; l’altro ha perso la vita due ore dopo in ospedale e lui stesso è rimasto gravemente ferito.

Non ha prove, ma pensa che l’attentato sia opera dei servizi Pakistani o addirittura del governo afghano, “perché”, dice “fanno spesso queste azioni per raggiungere le loro finalità”. A suo avviso anche gli USA potrebbero avere qualche responsabilità. “Queste sono persone ricche, che possono provvedere alla loro sicurezza, ma noi siamo civili indifesi, che devono subire senza avere giustizia” ci dice. Dopo l’eplosione i

superstiti hanno trovato delle schegge del proiettile che ha colpito la loro casa e le hanno consegnate alle istituzioni che invece di usarle per le indagini le hanno fatte sparire.

Dopo l’attentato il governo ha promesso di aprire un’inchiesta, ma nulla è stato fatto; in compenso i cittadini della zona sono stati messi sotto stretta sorveglianza. Per questo hanno deciso di organizzare una protesta, chiedendo alle autorità l’autorizzazione per una manifestazione pacifica. Volevano montare una tenda per avere maggiore visibilità e hanno chiesto a un comandante di polizia che garantisse la loro sicurezza.

Dopo la protesta tutta la sua famiglia è scappata e Sasatullah non sa dove siano; potrebbero aver lasciato Kabul o essere migrati in un altro paese, come hanno fatto altre persone che abitavano a Shah Shaheed.

Ora Sasatullah è ospite di suo cugino, ha dovuto abbandonare gli studi universitari che non può più permettersi di pagare e al momento è disoccupato e cerca lavoro.

Il SAAJS aiuta come può le vittime di questo crimine: ha appoggiato la loro protesta e ora le sta sostenendo nel chiedere giustizia.

“Per me il lavoro del SAAJS è molto importante. Noi vittime abbiamo bisogno di amici, di qualcuno che stia dalla nostra parte, perché il governo non ci aiuta. Spero che il SAAJS si rafforzi e continui a sostenerci”, dice Sasatullah.

Vorrebbe che il governo italiano mettesse pressione sul governo afghano e lo costringesse ad ascoltare la voce del suo popolo sofferente

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